Vorrei girare il mondo molto più di quanto ho fatto. Certo bisogna permetterselo. Ma bisogna pure crederci. E io ho smesso di credere in tante cose tanto tempo fa, che quasi non ricordo. Primo fra tutti, me stesso. Così ho visto scivolare all’indietro la felicità.
Un po’ come certi giochi alle giostre di tren’tanni fa. Salivi su un cavallo, mettevi la monetina, lui simulava un galoppo. Sulla testa aveva conficcata una pistola, davanti una scatola che riproduceva una scena da far west, e i pellerossa che giravano in tondo, una, due tre, quattro volte.
E tu dovevi sparare agli indiani. Che poi erano le stesse sagome di plastica con cui giocavi a casa. Evidentemente giostrai e genitori avevano lo stesso fornitore. Non capivi mai quando uccidevi davvero l’indiano, perché a volte ti sembrava di essere stato preciso, ma lui rimaneva in piedi. Misteri degli impulsi elettrici, se mai ce n’erano.
A volte però stavi fermo a prendere la mira. Immobile. A batterti un tempo interiore per una scelta che non arrivava. E gli indiani passavano.
Ecco, con la felicità va così. Devi solo premere il più pacifista e innocuo dei griletti. Invece, “ora”, “dai” “è il momento,” poi niente. Ora che mi sono fatto spazio davanti allo specchio, e ho smesso di metterci gli altri a distorcere o interferire con la mia immagine, ho qualche idea su come raggiungere quella felicità. Cerco orizzonti nuovi.
Alla fine è questione di percorsi. Mi piace cominciare con questa parola “route”. Ho scoperto che negli Stati Uniti ognuno se lo pronuncia a modo proprio: “root” o “rout”. Route è la strada fotografata nella testa, la più nota di tutte le route americane.
Cerco nuovi orizzonti. Perché ho capito che sto bene con me stesso in viaggio, sto bene con me stesso quando mi guardo intorno con curiosità. Perché stare fermo mi banalizza, mi ferma, fino alla paralisi. Gli orizzonti non sono solo a 10mila chilometri di distanza. Sono qui per scoprirlo. Sono qui per vivere la libertà.
