L’unghia del pollice ha una forma tondeggiante. E una lunghezza più che accettabile per una ragazza che, si vede, per la manicure preferisce i denti. Anche le altre dita, lunghe, hanno unghie che non incontrano troppo spesso le forbicine.
Siamo stretti nella metro delle 19, moderatamente. Ci penso, mentre tento di nascondere le mie, di unghie. Alle quali ultimamente non do respiro, potandole con avidità. Ma risparmiando almeno il sangue. Ultimamente, però, ho perso un po’ di decente geometricità in questo esercizio di ansia, nervosismo, insicurezza.
Ci stiamo sorreggendo allo stesso apposito sostegno (come recita il burocratese dei mezzi pubblici), quando in quelle unghie e poi nelle dita, rivedo un aspetto familiare. Mani che tagliano la verdura da gettare in padella, tengono una sigaretta, dominano i pensieri su una tastiera. Tutto mi riporta al volo di quelle dita. Tranne che loro non ci sono più. Né ci sono più le mie a intrecciarsi.
A volte sembra di vivere due vite. Quella rifiutata in cui continuo a vedermi sempre meglio. Quella che mi ritrovo, in cui tutto è orizzonte e il problema è solo prendere una direzione.
Non sono sane. Entrambe. Le vedo bene, entrambe. Ma alla fine non sto in nessuna delle due.
