I carciofi non mi sono mai piaciuti. Colpa della loro forma, vagamente inquietante. Cosa mangi: una pianta, un fiore? Boh. Non l’ho mai capito. Colpa del Cynar, forse, che avrò annusato da bambino e mi ha lasciato una strana sensazione. Per fortuna, da grande, in tema di aperitivi o amari mi sono rifatto. Anche a tavola, quando, da buon romano, ho cominciato a dare un senso al carciofo e alla sua personalità.
Questione di personalità, dunque. Lo comprendo ora che ho imparato a cucinarlo. Anche se magari c’è qualcuno che “amorevolmente” ritiene la mia cucina roba “da ospedale”. Prima di metterlo sul fuoco, il carciofo va pulito, nel profondo. La prima volta fu sorprendente. Mi pareva di buttare via tutto. Ci ripenso, ora, mentre sento di dover alleggerire la vita. Con il cuore che si lancia eppure vorrebbe restare.
Fra ricordi e proiezioni, mi dico: “reductio ad unum”. Che, se avessi studiato filosofia, al liceo, saprei anche di cosa parlo. Ma al prof, assai illuminato, piaceva discutere in classe, raramente interrogava. Così, bastava dare una scorsa alle pagine ed essere tra i più attivi la mattina in cui si aprivano le disquisizioni. Principio didattico più aperto e filosofico non ce n’era, peccato non mi abbia lasciato nulla della materia. Mentre l’estrema libertà di un’occasione del genere l’ho capita quando era finita anche l’università.
Ora, la mia reductio ad unum è liberarmi di ogni peso che ho voluto caricarmi addosso. Di ogni sovrastruttura (altro termine filosofico di cui so il giusto, ma non di più) che pensavo avrebbe sostenuto la mia persona, e invece è stato soltanto un impedimento. A forza di accumulare, e di pensare che mi avrebbero fatto bene, le sovrastrutture si sono sostituite a me. E hanno scelto. Di fatto, non scegliendo.
E’ tempo di tornare a sé, che è una bella cosa e anche molto. In fondo, è come pulire un carciofo. Devi tenere solo la parte tenera e buona.
