“Ma tu sogni? Cosa sogni?”. La tenaglia fra la mia ex compagna e il mio omeopata non era casuale. Prima di tutto era anche il suo omeopata e l’aveva abituata a mettersi in ascolto profondo del corpo e delle emozioni. Lei che in fatto di sensibilità era la creatura più libera che esiste. Poi lui sapeva, anche senza sapere. La sua mail, il suo sms arriva sempre al momento giusto. E qualcos’altro sapeva da altri, perché a volte il giuramento di Ippocrate ha maglie un po’ larghe.
Io in effetti non sognavo. Da un po’. “È grave?”, rispondevo alla mia compagna, con la solita curiosità fiduciosa (persa solo quando la questione sogni sembrava diventata essenziale nella mia esistenza e nel nostro rapporto) con cui ador(av)o confrontarmi con lei. Curioso di ascoltare una spiegazione che svolazzava ra discipline orientali, psicanalisi e antropologia.
Almeno, con l’omeopata potevo rifugiarmi nei topoi notturni: l’ascensore che traballa, quello che va in orizzontale invece che in verticale, la guerra civile, gli alieni, la morte violenta a causa della guerra civile o degli alieni. Insomma, il protagonista de “La guerra dei mondi”, ma senza lieto fine.
In effetti era vero. Avevo smesso di sognare, né sapevo da quando. Colpa di digestioni perfette, colpa di una vita serena alla quale credevo con la solita convinta sincerità, ma a volte omettendo un entusiasmo che imprigionavo in testa. O colpa solo del sonno mancante.
I pochi sogni erano leggeri come coriandoli, ma a differenza dei coriandoli non si fermavano in qualche angolo a ricordare il passaggio del Carnevale. I brandelli svanivano, fra il tempo di raggiungere la cucina e chiudere meccanicamente la moka e quello di portare il profumo di caffé e una confezione di yogurt a una donna (e alla sua bambina), ancora assonnate.
Ora sogno. Sogno di morire, come al solito. Faccio sogni nuovi. E sogno di fare l’amore. Sogno la donna che ho amato e che sono convinto di amare ancora. L’altra notte passeggiavamo per un crinale che sembrava la salita del Pincio, ma era colorata di fiori. Io salivo su un muro, conteneva un prato di cui ancora sento il profumo. La invitavo a salire. A lei e la bambina. Da lì vedevo un orizzonte diverso.
