Alla fine ho voglia di parlare con te. Alla fine mi ritrovo a dialogare silenziosamente con te. E non capisco se è una malattia o è solo naturale. Bisogno, piacere o solo deviazione.
Qui la vita sembra banale. Un po’ è come arrivare in una secca. C’è il lato di mare che ho lasciato e dove ritornerei. È un’acqua che conosco e sono certo di saper ancora esplorare. Mi attrae come l’altro mare, esattamente all’opposto. A me piace nuotare. E lì so che starò bene. Dove trovo le forze col mio corpo, tutto sommato secco ma panciuto, dove trovo il fiato nonostante le sigarette, non lo so.
La forza è nelle prossime bracciate. La secca ha l’aspetto di tutto ciò che è noto, di abitudine ma di significati che disegnerei di forme nuove in questo cielo indeciso, come un Paese che con stanca volontà arriva ancora al seggio elettorale. Dove le facciate del quartiere Africano si disinteressano dei propri colori e aspettano che lo smog torni a dar loro il solito aspetto di fumo, tanto adatto all’anarchia da studente fuori sede che lo abita.
Ciò che è sano per me lo so, e tu sei ciò che paralizza, serenamente. Ciò che è sano per te lo sai, e io sono ciò che paralizza, nel dolore. Ciò che noi potremmo essere è ormai solo una luce proiettata di illusioni, quella di ridurre tutto a una unità felice. Un animale che tengo in vita in cattività, una vita senza forma che nutro in provetta, una pianta stufa della sua terra a cui continuo a dare acqua. Una follia. Sembra bella, sembra lucida.
