“I did it”, dici tu, quando riesci a fare una cosa. Ti auguro di riuscire a fare tutto quello che desideri. Buon compleanno.
Rivedo Marco, dopo che ci siamo salutati in lacrime, all’aeroporto di Los Angeles. Praticamente non mi riconosce. Me lo aspettavo, nonostante siano passati poco più di dieci giorni. Io per lui sono quello che dormiva nel soggiorno di casa, quello con cui giocava e guardava la tv. Ora, sono una delle troppe facce che parlano una lingua rumorosa, diversa (anche se è la stessa che ascolta dal padre ogni giorno) in una casa che non è sua.
Il momento più difficile della giornata sembra essere la scelta del regalo per i suoi due anni. Mi fido di mia madre e puntiamo sull’abbigliamento. Scelgo un paio di pantaloni verdi, con i tasconi, di quel verde militare che a me piace tanto. Una t-shirt in tinta. Una felpa a righe, sempre col mio verde dominante, perché se sei americano la felpa è la tua divisa. Già che siamo, il pacchetto viene completato da un paio di calzini e da un cappellino a zuccotto di cotone. Inutile aggiungere dettagli sul colore. Fingo distacco e calo gli occhiali da sole sul naso. Nascondo gli occhi umidi.
Marco spegne le sue due candeline. Ci prende gusto. “Again”. E tutti a riaccenderle, perché lui possa soffiare, ancora una volta e molte di più. Poi affonda il dito nella panna. Ci prende gusto, anche della torta. “More”. Quando gliela tolgono da sotto il naso. E lui può passare ancora nel bianco la mano piena. Assisto alla scena, scegliendo un angolo. Sorriso e amarezza appoggiati a una parete.
Curioso, ma forse non è un caso che tutto succeda in una stanza in cui ho visto crescere i miei due cugini più grandi e dove sono cresciuto anche io. Famiglia, infanzia, adolescenza, ancora famiglia. Tutto ciò che mi ha incantato, catturato e paralizzato, quando ormai dovevo essere uomo.
Guardo Marco, gli occhi celesti, i capelli biondi e il viso impiastrato di panna. E’ tutto così normale. Un giorno ho scelto di non viverlo. E ora sono solo uno spettatore.
