Guardo fuori dal finestrino. Al solito, finché posso, scelgo di volare col naso rivolto sulle nuvole. A tirarmi per la giacca, e rimettermi davanti a un altro tipo di specchio, è un bambino di cinque anni, minacciosamente chiacchierone che mi siede accanto. Somiglia alla mamma, che ha una voce dalla giovane e dolce intonazione romana.
Insieme proviamo a vincere la paura dell’aereo. Lei del volo, lui del rumore del motore, io del decollo. Anche se ormai sono un ex fifone e col bambino posso permettermi di anticipare le manovre del pilota.
Ci rilassiamo. Scrivo. Intanto il racconto de “Il brutto anatroccolo” è già alla terza replica. “In effetti è proprio una bella favola”, dice la mamma, con tutta la complicità e l’amore che questo aereo può imbarcare. So che entrambi avrebbero una bella storia da raccontarmi, la loro. Ma pudicamente taccio.
Il piccolo si addormenta coi piedi puntati sulle mie gambe. Guardo la mano materna che scende dolcemente tra i suoi capelli. Mi volto a fissare fuori dal finestrino. Il cielo di Cork è intasato di nuvole. Siamo a terra e non ce ne accorgiamo.
